Nel cuore verde di Roma esiste un luogo che ci ha improvvisamente trasportati in Scandinavia, ricordando il nostro primo viaggio insieme a Copenhagen. Un posto dove il caos della capitale lascia spazio al silenzio, al design essenziale e a una sensazione di benessere difficile da spiegare. È l’Accademia di Danimarca a Roma, una gemma poco conosciuta situata a Valle Giulia, vicino la GNAM – Galleria Nazionale d’Arte Moderna, immersa nel verde e nella cultura internazionale di altri istituti di cultura esteri.

Quando pensiamo che Roma abbia ormai esaurito la sua capacità di sorprenderci, ecco che riesce ancora a stupire. Questa volta lo fa in modo radicale, portandoci fisicamente in un’altra Nazione ed epoca. Visitare l’Accademia di Danimarca significa entrare in uno spazio che non ha nulla di romano per architettura, stile di vita e concezione degli ambienti, e proprio per questo risulta semplicemente affascinante.

L’Accademia non è sempre aperta al pubblico, ma organizza: visite guidate speciali, giornate aperte e eventi culturali. Noi l’abbiamo visitata durante Open House Roma.

Un aneddoto simpatico per i danesi

L’edificio viene completato nel 1967, due anni dopo la morte del suo architetto, Kai Fisker, uno dei grandi nomi del funzionalismo nordico. Il suo progetto è accompagnato da un curioso episodio che racconta molto del rapporto tra Danimarca e Italia.

Quando venne posata la prima pietra, simbolicamente affidata alla regina Ingrid di Danimarca, la proposta non aveva ancora ottenuto tutte le autorizzazioni definitive. Pochi giorni dopo la cerimonia, infatti, arrivò un comunicato del Comune di Roma che obbligava a spostare l’edificio di qualche metro. Il risultato? La prima pietra originale si troverebbe ancora oggi da qualche parte nel giardino dell’Accademia, ma nessuno sa esattamente dove.

Un dettaglio che per noi italiani può sembrare quasi normale, ma che per i danesi rappresenta ancora oggi un aneddoto curioso da raccontare.

Il ruolo della famiglia reale danese

L’Accademia è finanziata dal Ministero della Cultura e dalla fondazione creata nel 1957 dalla regina Ingrid di Danimarca, questo dimostra quanto l’istituto sia importante per la cultura danese. Attraverso questa fondazione vengono finanziate: borse di studio per giovani studiosi, stipendi del personale, acquisti per la biblioteca, escursioni culturali mensili e programmi di ricerca umanistica. L’Accademia non è quindi soltanto un edificio, ma un vero ponte culturale tra Danimarca e Italia.

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Il funzionalismo scandinavo incontra Roma

Dal punto di vista architettonico, l’Accademia rappresenta un magnifico esempio di funzionalismo nordico degli anni Sessanta, ma con sorprendenti richiami all’architettura classica romana, non semplici da individuare. L’ingresso principale, ad esempio, richiama il vestibulum della domus romana, mentre lo spazio centrale ricorda un impluvium, originariamente progettato per ospitare l’acqua.

Oggi questo spazio è dominato da una scultura in travertino realizzata dall’artista Jørgen Haugen Sørensen. Un’opera suggestiva che sembra rappresentare simbolicamente il dialogo tra il Nord Europa e il Mediterraneo: un’aurora boreale scolpita nella pietra simbolo di Roma.

Una struttura pensata per vivere, studiare e creare

Kai Fisker concepisce l’Accademia come un organismo suddiviso in tre grandi blocchi principali: il collegio dei boristi, la biblioteca e la casa del direttore.

Il collegio dei borsisti dove vivono studiosi, archeologi, storici dell’arte, architetti, musicisti e artisti selezionati attraverso le borse di studio. Qui le stanze e gli appartamenti si sviluppano attorno a corridoi sobri e luminosi, con una particolare attenzione alla funzionalità e al comfort. All’interno di questo blocco si trova anche l’auditorium, un ambiente molto interessante, pensato come luogo di incontro con il pubblico esterno. Infatti qui si tengono conferenze, concerti, mostre e presentazioni. La sala riflette una filosofia molto moderna per l’epoca, dove le sedute non sono fisse, ma bensì mobili, permettendo configurazioni diverse a seconda dell’evento.

Il secondo blocco è la biblioteca: uno degli spazi più importanti dell’Accademia. Non solo strumento di lavoro per i residenti, ma anche luogo aperto agli studiosi esterni. Al suo interno sono custoditi testi di archeologia, storia dell’arte, filologia, letteratura, architettura e pubblicazioni scientifiche realizzate dall’istituto stesso.

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La casa del direttore: un elemento quasi simbolico, che rafforza l’idea di una comunità accademica viva, dove il direttore non è separato ma parte integrante della vita quotidiana dell’istituto.

Il tutto ruota attorno al terrazzo: una piazza comune sospesa tra i tre edifici. Qui si comprende perfettamente la visione architettonica di Kai Fisker, collegare il collegio, la casa del direttore e la biblioteca. Da qui notiamo anche un dettaglio straordinario che riguarda le terrazze private delle stanze: non esistono divisori fissi tra una e l’altra. La separazione avviene semplicemente attraverso le persiane mobili. Quando sono aperte, lo spazio diventa condiviso. Un concetto quasi rivoluzionario di comunità e flessibilità.

Il design degli interni: un salto negli anni ’50 e ’60

Se l’architettura sorprende, gli interni conquistano definitivamente. Entrare qui significa essere catapultati in una perfetta cartolina della Danimarca degli anni Cinquanta e Sessanta. Molti mobili originali sono ancora presenti, progettati da grandi nomi del design scandinavo come Ole Wanscher. Sedute, librerie, tavoli e arredi raccontano un’epoca in cui eleganza e semplicità convivevano perfettamente. Le lampade firmate Poul Henningsen, autentiche icone del design danese, contribuiscono a creare un’atmosfera calda e avvolgente.

Persino i dettagli tecnici raccontano una filosofia progettuale avanzatissima e funzionale, come ad esempio le maniglie arrotondate dell’auditorium ispirate agli antichi compartimenti ferroviari, e con la funzione di non far impigliare le maniche dei cappotti. Ma anche le porte che non arrivano fino a terra per favorire la ventilazione. 

Insomma, tutto è pensato nei minimi dettagli.

La sensazione di “hygge”

La guida ci dice che esiste una parola danese che descrive perfettamente ciò che si prova entrando qui: hygge. Non esiste una vera traduzione italiana. Significa sentirsi bene, protetti, a proprio agio. Un senso di intimità, comfort e calma. L’Accademia trasmette esattamente questa sensazione.

Tra il silenzio degli spazi, il legno, la luce naturale, il verde che entra dalle finestre e l’ordine rigoroso degli ambienti, sembra davvero di trovarsi in una piccola oasi nordica.

L’Accademia oggi: ricerca e dialogo culturale

L’Accademia di Danimarca continua oggi a svolgere un ruolo fondamentale nei rapporti culturali tra Italia e Danimarca. Le attività di ricerca spaziano in numerosi ambiti che vanno dall’archeologia alla musica, dall’arte alla scrittura, tutto ciò che è in ambito creativo e di ricerca.

Se vi state chiedendo se vale la pena visitala, la riposta è si. Non si tratta di una classica attrazione turistica romana. Qui non troverete folle, file o selfie compulsivi, ma silenzio, bellezza discreta e un raro senso di pace.

Non troverete nulla di romano, ma forse il paradosso di Roma è proprio questo: la sua forza di essere senza confini, il vero centro del mondo occidentale nei secoli, la sua eternità nell’eterogeneità.

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Graziano e Federica

Hola siamo Graziano e Federica, due viaggiatori che hanno unito la propria vita nelle passioni e nel lavoro facendone un viaggio unico. Ci siamo conosciuti ad un colloquio di lavoro, che avremmo lasciato entrambi da li a breve, e dopo quindici giorni abbiamo prenotato il nostro primo viaggio insieme. Amiamo le cose colorate, i profumi del buon cibo e scoprire ogni giorno posti nuovi. La nostra casa è l’unione tra il design lineare scandinavo e lo spirito bohéme parigino.