Il mio sogno arabo è iniziato grazie alla letteratura: leggendo Il Piccolo Principe, all’età di dodici anni, rimango affascinata da questo bambino che si palesa ad un aviatore nel bel mezzo del deserto del Sahara. Tutto quel nulla, tutto quel silenzio, tutto quel giallo l’avrei voluto vedere anche io prima o poi. Ho continuato a leggere e sono approdata alla celebre raccolta di racconti Le Mille e una notte: la protagonista-eroina è Sherazade, una ragazza dolce ma anche intelligente che salva la sua vita e quella del suo popolo grazie all’astuzia. Erano gli anni dell’università e del mio femminismo, quindi la fanciulla araba per me incarnava quello che volevo essere: una donna intelligente e poi, se rimaneva tempo, anche bella per qualcuno. Eppure alcuni non lo direbbero mai che il primo testo di letteratura islamica tradotto in Europa ha come protagonista una donna, quella società che tanto fa parlare di sé e del suo rapporto con le donne.

Possiamo dire che il mio sogno arabo inizia proprio da qui, dai racconti.

È il Febbraio del 2020 e manca poco alla mia laurea magistrale, sono quasi decisa a prenotare un viaggio per il Marocco per il mese di maggio o di settembre, per evitare il caldo torrido. Scoppia il Covid ed ogni mio sogno naufraga. Trascorro due anni a sognare il deserto, a seguire qualunque profilo social parlasse del Marocco e di Marrakech, finché nel marzo 2022 prenoto il mio viaggio: si parte per il Marocco, ad agosto con 48° gradi, ma l’importante è che si parta!

L’impatto con il Marocco è stato crudo e ben diverso dalla realtà mostrata sui profili social che seguivo da anni e che avevano ormai coperto i miei occhi e la mia lucidità mentale: le strade della Medina sono sporche, pericolose, le persone molto insistenti nel venderti qualunque merce a prezzi fuori misura e siamo sfuggiti alla truffa delle Concerie essendo solo un po’ furbi degli altri – se viaggiate da soli a Marrakech vi consigliamo di informarvi su questo scherzetto del quale, spesso, cadono vittime i turisti- . Dove siamo finiti? Questo è stato il mio primo pensiero.

Il giorno seguente alle nostre brutte esperienze parte il tour organizzato che ci guiderà da Ait-ben-haddou a Tinghir e da Tinghir a Merzouga, la località ai confini con il deserto del Sahara. Scappare da Marrakech quella mattina alle ore sette ci sembrava una benedizione, nonostante dovessimo affrontare un viaggio di circa sei ore.

Il van percorre tutta la catena montuosa dell’Atlante, chilometri e chilometri di curve, nessun rettilineo e tanta nausea per noi passeggeri, fortunatamente arrivati sulla vetta il paesaggio era  sensazionale: davanti a noi decine di montagne avvolte dalla nebbia, sopra un cielo grigio e pioggia sottile. Fa quasi freddo e ci sono circa dieci gradi di sbalzo termico, quella tappa è stata una boccata d’aria fresca e un buon incipit a tutte le meraviglie che avremmo visto di lì a breve.

In giornata visitiamo la città fortificata di Ait-Ben-Haddou, sito Unesco dal 1987 e ormai teatro di film di fama mondiale come Il Gladiatore e Il Trono di Spade. Il tour organizzato non ci fa godere appieno questo piccolo gioiello disperso nell’aridità marocchina, abbiamo poco tempo per fare le foto e nessun momento libero per perderci nel dedalo di strade che compongono il villaggio. Porto con me qualche bella foto da cartolina e l’immagine dei miei piedi che attraversavano il letto del fiume arido che si riempie solo in inverno, non credo avessi mai camminato su una terra così bruciata dal sole.

Passando per Ourzazate e mille altri villaggi deserti, in serata arriviamo a Tinghir una cittadina di medie dimensioni nonostante le strade siano deserte, i negozi chiusi, qualche hotel per flotte di turisti come noi e io mi chiedo: chi abita in tutti questi palazzi? Dove sono andati tutti?

L’hotel in cui alloggiamo è un quattro stelle molto squallido, aria condizionata al pari del clima di Oslo, qualche insetto nel letto, cibo di bassa qualità e davvero troppe stanze per così pochi ospiti.

Graziano vuole distaccarsi dal gruppo e fare una passeggiata dopo la cena, lo proponiamo a qualche ragazzo italiano ma nessuno ci segue. In strada di sera a Tinghir siamo io e lui, la via principale è illuminata ma le altre che si diramano attorno crollano nel buio, io tutt’oggi ci penso e mi chiedo se quelle città incontrate per poche ore sulla strada verso il Sahara sono ormai fantasmi oppure no.

La mattina seguente il van riparte alle prime luci dell’alba direzione Gole del fiume Todra, c’erano più di trenta gradi e, attorno a noi, distese intere di deserto roccioso e desolazione, fino ad arrivare a destinazione: un vera e propria fonte di vita che scorre tra le pareti di un altissimo canyon roccioso.

Scendendo dal van sento un suono familiare che non ascoltavo da giorni: è l’acqua che sgorga, quella stessa acqua che dà vita e buonumore alle centinaia di persone intente a fare il bagno nel fiume e a banchettare sulle rive. Decidiamo di immergerci anche noi, fino ai polpacci con tutti i sandali e i vestiti indosso. Ricordo solo di aver sentito un lampo di vita avvolgermi dai piedi fino alle sinapsi del cervello, come fossi una pianta appassita che, alla prima goccia d’ acqua, riprende i colori. Tutto intorno a me si fa limpido e riesco a godermi il paesaggio: ci sono bambine che giocano con l’acqua, venditori ambulanti sdraiati all’ombra, famiglie intere appollaiate sulle rocce al riparo dal sole mentre cucinano, mangiano o schiacciano un pisolino. Alle gole del Todra ho capito l’importanza dell’acqua come mai prima e quanto l’essere umano ne abbia bisogno per vivere.

Il viaggio per Merzouga è ancora lungo, percorriamo ore e ore di deserto roccioso su una strada rettilinea fatta di ciottoli, plastica gettata ovunque, qualche coppia di dromedari che bruca l’erba rimasta e poche persone che camminano nel bel mezzo del nulla. Uno scenario degno di un film post apocalittico, dove i pochi sopravvissuti alla catastrofe del pianeta si ritrovano in un deserto di plastica. Ho questo scenario davanti ai miei occhi per circa tre, quattro o cinque ore… Ho perso il conto.

Arriviamo alle porte del Sahara nel tardo pomeriggio, abbandoniamo le nostre valige in un punto di ristoro, sorseggiamo tè marocchino, ingurgitiamo qualche biscotto e siamo pronti a scalare la prima duna per raggiungere i nostri dromedari. Metto un piede nella sabbia e sprofondo totalmente, non era quello che immaginavo, la sabbia si insidia ovunque e non riesco a camminare. Penso per qualche secondo alle raccomandazioni dei miei genitori: sotto la sabbia vivono gli scorpioni, i serpenti, gli scarabei e gli scarafaggi.

Deciso: mi tolgo le scarpe e vado a piedi nudi. Un’ottima scelta, consigliata anche dai berberi del villaggio che lo fanno quotidianamente per comodità.

Incredibile: mi sono già ambientata.

Il mio crollo emotivo è iniziato dopo aver scalato quella prima duna, ho visto il deserto davanti a me ed ero incredula che fossi arrivata davvero lì, dopo tutti i racconti letti da bambina; ma la certezza di aver raggiunto uno dei miei più grandi sogni l’ho avuto quando sono salita sul cammello. L’ho fatto con grande facilità, come lo facessi da anni nelle mie fantasie, il dromedario si è alzato da terra e io ho sentito i miei piedi leggeri e la sabbia nel deserto negli occhi.

Ho pianto molto durante quel tragitto, per il vento incessante e per l’emozione di aver finalmente visto quello che desideravo da sempre.

Tornati all’accampamento berbero, dopo la cena abbiamo dovuto fare i conti con le scomodità dell’esperienza: i bagni erano condivisi con gli altri ospiti del camp e con le simpatiche blatte che ti guardavano fare pipì come a dire “tu fai, io sto qui a metterti ansia!”; le tende invece erano davvero squallide e calde per ospitarci una notte intera.

Dovevo rendere la mia notte nel deserto unica, così ho convinto Graziano a dirigerci fuori dalla tenda e dormire davanti l’ingresso dell’accampamento, vista dune del deserto, nonostante lui continuasse a dirmi che uno scarabeo gigante mi stesse seguendo… ecco l’ennesimo problema!

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Dovevo sconfiggere le mie paure ed usare l’ingegno per un finale da favola come Sherazade mi aveva insegnato, e infatti dormire poche ore su una brandina singola in due su delle coperte arrotolate è stata la scelta migliore della mia vita. I miei occhi si chiudevano a tratti dalla stanchezza e ogni volta che si riaprivano davanti a sè trovavano stelle cadenti mai viste prime, costellazioni nascoste dalle luci delle grandi città, un berbero addormentato tra le dune del deserto perfettamente a suo agio.

Chiudevo gli occhi, provavo a dormire e in sottofondo ascoltavo il rumore del vento caldo e incessante che sbatteva contro le mie orecchie e il verso dei dromedari lontani, sembravano dirsi qualcosa tra loro nel buio della notte… forse nuove rotte da fare alle prime luci dell’alba.

Riapro gli occhi dopo un’ora, a svegliarmi è Graziano: “Fe sta sorgendo la luna”, i miei occhi assopiti vedono uno spicchio bianco che emana una luce pallida ma che, d’improvviso, illumina ogni cosa. Era sorta la tipica mezzaluna araba che si faceva spazio tra i miliardi di stelle e rendeva visibile tutte le dune del deserto, sembrava di essere tornati indietro di epoche quando gli uomini si orientavano con le costellazioni e i loro volti di notte erano illuminati da un satellite gigante e lattiginoso, simile a quello raccontato dal noto Calvino.

È ancora buio quando, insieme al nostro gruppo, montiamo in sella ai dromedari verso le dune del deserto, da lì i nostri occhi ancora impastati dal sonno scorgeranno il sorgere dell’alba.

La duna da scalare è altissima simile ad una montagna e faccio una grande difficoltà a compiere ogni passo: le mie gambe sono indolenzite, sono stanca, ho riposato poco e ho fame. Dopo diversi minuti di scalata arrivo alla vetta e davanti a me vedo l’infinità del Sahara: chilometri e chilometri di dune che si stanno risvegliando dall’ennesima notte. Il sole sorge proprio tra una duna e l’altra, il panorama è simile ad una fantasia onirica fatta in dormiveglia, mi sembra ancora di essere sdraiata sulla brandina sotto le stelle e sognare l’alba. 

E invece no, sveglia! Io sono proprio lì, stordita e seduta sulla cima di una duna di sabbia rossa che guardo l’infinito come il Piccolo Principe, l’ho portato con me il libro della mia infanzia e gli ho scattato due foto proprio davanti quello scenario. Era una specie di promessa o un traguardo, dagli scaffali della Feltrinelli di Roma al Sahara perché te lo meritavi.

Quei giorni così frenetici e stancanti ci avevano cambiati e la vista di Marrakech al nostro ritorno fu inebriante, quasi come fossimo carovanieri che giungono in città dopo giorni di viaggio nel deserto. Questo spirito ci ha guidati negli ultimi giorni di vacanza nella città, rivalutandola e sentendola nostra: dai profumi alle persone, dal cibo al sapore del tè.

Il Marocco mi ha insegnato che non tutte le vacanze sono quelle con il sorriso stampato sulle labbra, dove passeggi in strada spensierata. Il Marocco mi ha insegnato la bellezza dei colori caldi e quanto siano in tinta con me. Il Marocco ha cambiato il mio rapporto con Graziano, perché un vero compagno di viaggio si vede soprattutto nei momenti del bisogno e questa avventura ci ha fortificati.

Il Marocco ci ha cambiato la vita.

Graziano e Federica

Hola siamo Graziano e Federica, due viaggiatori che hanno unito la propria vita nelle passioni e nel lavoro facendone un viaggio unico. Ci siamo conosciuti ad un colloquio di lavoro, che avremmo lasciato entrambi da li a breve, e dopo quindici giorni abbiamo prenotato il nostro primo viaggio insieme. Amiamo le cose colorate, i profumi del buon cibo e scoprire ogni giorno posti nuovi. La nostra casa è l’unione tra il design lineare scandinavo e lo spirito bohéme parigino.

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